A tu per tu con Ettore Messina
Ettore Messina. Nasce a Catania il 30 settembre del 1959. Inizia ad allenare a soli 16 anni le squadre giovanili della Reyer Venezia.
Dal 1980 al 1982 è responsabile del settore giovanile a Mestre e nel 1982/83 è assistente allenatore a Udine. Nel 1983 passa alla Virtus Bologna, come responsabile del settore giovanile e assistente della prima squadra. Come capo allenatore in Italia, alla guida della Virtus Bologna (1989-93 e 1998-2002) e della Benetton Treviso (2002-2005), conquista quattro Scudetti, due Eurolega, otto Coppe Italia, una Coppa delle Coppe. Dal 1993 al 1997 allena la Nazionale Italiana, che guida alla vittoria dei Giochi del Mediterraneo e alla medaglia d'argento ai Goodwill Games e agli Europei di Barcellona. Dal 2005 al 2009 allena il Cska Mosca, con cui vince quattro campionati russi consecutivi, due Eurolega (2006 e 2008) e due Coppe di Russia (2006 e 2007). Dall’estate scorsa allena il Real Madrid.
Anche quest’anno Ettore Messina, coach plurimedagliato della pallacanestro italiana è in Sardegna, non solo perché ha casa a Chia dove ha modo di riposarsi dalle fatiche stagionali, ma anche perché, ottimo amico del presidente del Comitato regionale della Fip Sardegna Bruno Perra tiene, da alcuni anni a questa parte, i clinic estivi per gli allenatori isolani. E anche stavolta, in occasione del Sardinia Basketball Coaches è stato uno dei protagonisti principali dell’evento. Una vera e propria full immersion di pallacanestro, organizzata dal Comitato Fip assieme al Coni regionale, ai Giganti del Basket e al Cia regionale. Una grande evento che ha visto in città la presenza di ben 120 allenatori, molti provenienti dalla penisola. Tra i relatori oltre a coach Messina, anche Rich Dalatri e Kevin Sutton. Per Ettore Messina l’ennesima occasione per insegnare pallacanestro.
Coach Messina cosa ricorda degli altri clinic tenuti qui a Cagliari?
«Sicuramente l’ambientazione bellissima sul lungomare e anche la partecipazione di tanti allenatori che indubbiamente mi aveva stupito. Tanti giovani, ma anche qualche anziano, tutti attenti nel sentire una chiacchierata di pallacanestro. Il fatto che in questi giorni, al palasport di Cagliari, ci siano stati più di 120 allenatori provenienti non solo dalla Sardegna, ma a quanto mi è stato riferito anche dalla Penisole è un ulteriore dimostrazione che l’idea è valida, ma soprattutto che questo sforzo nell’organizzare l’evento da parte dell’amico Bruno Perra e del suo staff, sia stato premiato e che lui stesso possa ritenersi soddisfatto e chissà che magari non gli venga in mente di invitare me, Rich Dalatri e Kevin Sutton anche il prossimo anno».
Cagliari ha fame di questi incontri con tecnici di un certo livello, ma ancora una volta soffre la mancanza di una grande squadra. Come mai?
«Non credo che la colpa di questo problema sia tutta dei tecnici. Quest’anno la Sardegna ha fatto il grande passo con la Dinamo riuscita meritatamente a conquistare la serie A. Credo soprattutto nella possibilità di sostenere dei progetti validi per arrivare ad alti livelli. E’ vero anche che, la spinta data da Sassari quest’anno possa in qualche modo far avvicinare imprenditori che vogliono investire sulla pallacanestro. Nella vita si vive anche di rivalità chissà che magari Cagliari stimolata dal fatto che Sassari è arrivata in A1 non possa trovare la persona o il gruppo che danno un ulteriore spinta. Il fermento tecnico c’è, così come la passione. Io ricordo il palasport pieno con la Nazionale, un gran bel colpo d’occhio. Speriamo che ci siano in questo momento persone che aggreghino degli sforzi non solo economici ma anche progettuali per portare Cagliari molto in alto».
Lei allena in Spagna da un anno. Qual è il segreto degli spagnoli che riescono a vincere nel calcio, nel basket, nel tennis, nell’automobilismo?
«Da italiano è triste vedere a quale livello è arrivato il nostro sport. In spagna esiste un valido progetto tecnico per il reclutamento dei giovani, cominciato diversi anni fa. Una produzione incredibile di atleti spagnoli, che non devono emigrare e che giocano trascinati dal tifo locale e da tanti sponsor. Pensate che il numero di presenze medie ad una partita di pallacanestro del campionato spagnolo è di 9000 presenze sugli spalti. Nella pallacanestro spagnola poi esiste un progetto tecnico, molto simile a quello che avevamo noi dieci anni fa che si chiamava “Decio Scuri”, che poi per problemi economici è stato accantonato. Un modo intelligente per “catture” giovani, farli lavorare sul campo, crescere a pane e pallacanestro e un domani inserirli in prima squadra. Questo da noi manca e siamo lontani anni luce dal poterlo realizzare».
E poi troppi problemi economici in Italia. La stessa Dinamo che a 15 giorni dalla promozione ha rischiato di non iscriversi al campionato. Addirittura di fallire…
«E’ vero. Però i problemi economici ci sono anche in Spagna. Un paese che sta attraversando una crisi economica davvero difficile. Lo sport però riesce. E poi loro hanno un cosa che noi, purtroppo non abbiamo. La stragrande maggioranza delle squadre hanno un supporto economico da parte di quelle che loro chiamano le municipalità. Un sostegno che le nostre regioni e le nostre province non sono in grado di dare perché stanno soffrendo economicamente. Da loro c’è un sostegno e una attenzione alla scuola e allo sport che purtroppo da noi in Italia manca».
Ha pensato, per un attimo di poter diventare il nuovo tecnico della nazionale italiana nel momento in cui Recalcati ha lasciato il gruppo azzurro?
«No. Anzi sono stato uno di quelli che più volte aveva espresso il desiderio che fosse stato Pianigiani a sostituire Recaltati. E‘ sicuramente l’allenatore di riferimento della pallacanestro italiana. Ho sempre creduto che a capo del settore squadre nazionali ci dovesse essere un tecnico che conosceva le problematiche e i giocatori. Adesso lo abbiamo e sono sicuro che farà molto, molto bene per la Nazionale e la pallacanestro italiana».



















