In Italia quando si parla di basket, si parla di Dino Meneghin. Anche i non sportivi lo conoscono per essere diventato con il tempo uno dei miti dello sport italiano. Da due anni Meneghin è corso al capezzale della pallacanestro azzurra, assumendosi il gravoso compito di diventare presidente della Federazione. Un duro impegno, quello di riportare in alto la palla a spicchi che nonostante il numero sempre maggiore di praticanti e appassionati, non riesce più a vincere.
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Gli hanno affibbiato un nomignolo che può creare incomprensioni. A Marco Melis non mancano forza, tenacità e vigore atletico, ma non ditegli che possiede anche la prestanza fisica perché vi riderebbe in faccia. Tutto cominciò nel 2004 quando l’allora coach dell’Under 21 Aldo Palmas notò che nel forum dei Crusaders Marco si iscrisse con lo pseudonimo M.M, le iniziali del suo nome. Ma per l’attuale coordinatore dell’attacco quelle sigle si trasformano in Mister Muscolo.
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Il primo giugno ha spento quaranta candeline, ma chi lo vede divincolarsi nel vorticoso esodo di iarda in iarda non può camuffare lo stupore. Sergio Andrea Meloni, qb sopraffino, pur essendo il nonnetto della squadra, gode della stima e del rispetto degli avversari. Tutti ne parlano bene perché il lancio a sensazione arriva quando meno te l’aspetti. Interpreta un gioco molto emozionale, la sua carta d’identità in quei frangenti potrebbe alleggerirsi anche di tre lustri. Nella sua lunga carriera si è tolto tante soddisfazioni, come quella di vincere il titolo italiano nel 2004. Uno della sua tempra non lo si può immaginare su una spiaggina, spaparanzato sotto il sole per ore e ore. Eppure provate a fare una capatina nei poettiani Lido e Twist bar nel bel mezzo dell’estate: lo vedrete gaudente e nero come la pece. Laureato in ingegneria, svolge la libera professione. Ovviamente il suo gioco è condizionato dai grandi miti della sua adolescenza e non solo: “Nei primi anni '90 tifavo per i 49ers visto che i due qb Montana e Young hanno fatto storia; ora tifo per i Patriots e penso che Brady sia, attualmente, il qb più completo, mi piacerebbe ispirarmi a lui, ma il divario tecnico-atletico è abissale”.
Partiamo dagli inizi
Ho iniziato nel settembre del '91 (21 anni), portato dal fidanzato di una mia amica. Ai primi contatti con casco e shoulder, però, ho pensato tra me e me "ma chi ...azz. me lo fa fare". Dopo però ho apprezzato questa sana "follia" dei giocatori di football.
Come ti sei ritrovato a fare il qb ?
Il primo impatto con il coach Clarkson era stato abbastanza significativo: mi chiese se e cosa conoscevo del football americano per vedere che ruolo farmi fare. Io che non ne sapevo praticamente niente, risposi "voglio fare quello che lancia"; dopo tale risposta molto tecnica, venni assegnato al secondario difensivo e fino al '94 ho giocato da cornerback e da safety. Nel '94 eravamo a corto di qb e allora chiesi di poter provare; da allora ho giocato prima in doppio ruolo (qb e safety) e poi, vista la veneranda età, solo da qb.
Per te é la quarta semifinale nel football a nove, cosa ricordi delle precedenti?
L'emozione e la gioia di veder concretizzato il lavoro di anni di sacrifici.
E delle due finali cosa mi racconti?
Ho un bel ricordo, di Firenze in particolare. Lo scenario e l'organizzazione, mentre di quella vinta l’anno successivo ricordo la gioia di squadra incontrollabile, quello che ha vinto era un gruppo molto unito.
Altri momenti unici vissuti con i Crusaders?
Sarebbe limitante raccontarne solo alcuni; la cosa bellissima dei Crusaders è il gruppo che ti spinge a continuare sempre, anno dopo anno, anche solo per il piacere di stare con loro. Non so come spiegarlo, per me è una specie di droga.
Sei anche un dirigente, avete le casse vuote ma siete comunque felici. Perché il football a Cagliari viene snobbato dalle istituzioni?
Il discorso è molto lungo. E’ oramai palese che gli sport minori (minori solo per la visibilità televisiva e, di conseguenza, per il minor seguito di tifosi e sponsor) abbiano tutti grossi problemi di sopravvivenza. Aiutare uno sport minore ha poco ritorno politico. Non si è riusciti a giocare due anni nello stesso campo perché il calcio monopolizza sia sponsorizzazioni che strutture sportive.
Quest'anno avete cominciato con due sconfitte, com'era il morale in quei giorni?
Era sempre alto perché ci si è resi conto che il divario tra le due squadre non era abissale, basta solo più concentrazione e meno errori
Dunque gli Shark non sono imbattibili?
Non esistono squadre imbattibili ai nostri livelli.
Com'é l'affiatamento tra voi compagni?
Come già detto la squadra è molto unita.
Con gli under avete legato subito?
In campo non c'è differenza tra junior e senior, ma solo tra giocatori che fanno la cosa giusta e quella sbagliata, penso che questo sia stato subito capito anche dai neofiti.
Sono scappati in molti dopo le prime botte ?
Si sono integrati subito. Il contatto, ovviamente, porta il neofita a capire se il football sia o meno il suo sport, però anche se lascia il campo continua a restare vicino alla squadra.
Dopo di te ci sarà un degno successore?
C'è già. Simone Moccia è un ottimo qb, gioca in maniera intelligente ed è molto seguito dalla squadra.
Hai già deciso quando appendere il casco al chiodo?
No comment.
I tuoi rapporti con il coaching staff?
Il rapporto è ottimo, oltre che i miei allenatori sono anche miei cari amici fuori dal campo.
Ufficio stampa Crusaders
Quasi come Robin Hood Massimo, Protani l’ultima freccia, con messaggio allegato, l’ha scagliata contro il presidente della Lega Basket Femminile Pasquale Panza, rassegnando il 22 maggio le dimissioni assieme ad altri due consiglieri e al vice presidente De Zotti, da componente del Consiglio Direttivo della LegA Basket Femminile.
Una freccia che ha colpito in pieno i vertici della Lega, costretti ad andare alle urne il 26 giugno per eleggere nuovo presidente e nuovo consiglio. Massimo Protani 47 anni, campano di nascita, ma come si dice spesso, sardo d’adozione, è una vita nel mondo della pallacanestro non solo isolana, avendo vissuto per ben 19 anni all’interno del Cus Cagliari. Lui, uno dei maggiori conoscitori del movimento è un dirigente tutto tondo. Abile, scaltro e soprattutto amico di tutti e, forse è questa la sua più bella caratteristica, che lo rende unico in un mondo come quello della pallacanestro davvero difficile. Massimo Protani, perché queste dimissioni? Le dimissioni sono arrivate dopo aver constatato, in modo particolare nel girone di ritorno dei campionati nazionali, che il Presidente Panza, solo ed esclusivamente lui, non era l’uomo adatto per poter portare avanti il discorso iniziale di un quadriennio, molto importante. Per l’impegno che aveva preso nei confronti delle società. In un periodo di crisi economica, mondiale, di giocatrici, nel quale sono mancate soprattutto le idee. Adesso che succede? Nulla. Venendo a mancare il numero legale del consiglio direttivo, con la sfiducia al presidente Panza si andrà alle elezioni. Si conosce già il potenziale sostituto di Panza? Molti mi danno sempre come l’uomo che trama e che ha potere. Non è così; lo confermano i fatti. Sarà un nome che verrà fuori dalla squadra. Da tutto il gruppo di amici che fanno parte di questo bellissimo movimento. Dall’urna potrebbe anche uscire il nome di Massimo Protani? Non lo è stato un anno fa, non lo sarà oggi. Ringrazio per tutti gli attestati di stima che mi sono arrivati in questi giorni, per la mia coerenza, per la mia grande capacità di sopportazione politica. Tutti hanno capito con quale sofferenza abbiamo atteso la fine dei campionati e soprattutto la regolarità dei tornei di A1, A2 e serie B1 femminile. Il 2010 è stata una stagione fantastica per il movimento femminile isolano. Può tracciare un bilancio della stagione appena conclusa? Il bilancio è positivissimo. Già il fatto che le tre squadre isolane di serie A2: Virtus, Alghero e Cus Cagliari siano arrivate ai playoff, è stato un momento storico per il movimento femminile della Sardegna. Il Cus Cagliari è uscita ai quarti, Alghero in semifinale e la Virtus solo per un soffio non ha conquistato la promozione. Purtroppo le regole di quest’anno l’hanno condannata… La Virtus ha moralmente vinto il campionato. Purtroppo questa formula scellerata, lo debbo ribadire, dettata soprattutto dal fatto che si è formata una serie A1 a 12 squadre, ha fatto si che solo una formazione venisse promossa alla serie superiore. Moralmente la Virtus ha vinto il campionato, moralmente la Virtus è in A1. Secondo lei le tre sarde di A2 possono ripetere anche nella prossima stagione quanto di buon fatto quest’anno? Migliorarsi sarà difficile, chi mi conosce sa della mia schiettezza e della mia franchezza. Il problema di fondo è solo uno. Cioè quello relativo alla costruzione di giocatrici nostrane, con le quali lavorare, per poterle inserire nelle prime squadre. Solo così si potrà fare il grande salto. Tra Cus Cagliari, Virtus e Alghero chi può fare questo discorso? Di talenti in giro c’è ne sono tanti, ma con loro ci vuole solo lavoro, lavoro, lavoro… Bisogna cambiare la mentalità di molte società e dei loro allenatori che devono far fare esperienze importanti alle giocatrici del vivaio, magari facendole giocare qualche minuto in gare importanti, altrimenti è difficile crescere e andare avanti. Questa è una tiratina d’orecchia a qualche tecnico? No, assolutamente. Gli allenatori è giusto che facciano il loro lavoro. Però un allenatore oltre al risultato, può portare avanti anche un certo tipo di discorso legato soprattutto alla valorizzazione delle giovani di cui dispone. A proposito di tecnici. Lei quando era al Cus aveva scommesso su Roberto Fioretto e i risultati le hanno dato ragione. Quest’anno anche la Virtus ha creduto in lui…ed è arrivata ad un passo dalla promozione. Tecnicamente non lo discuto. La Virtus e l’amico Beppe Pasquinucci hanno subito puntato su di lui per cambiare e hanno visto giusto. E’ un ottimo allenatore un grande tecnico, ma quello che lo differenzia da tanti e tanti altri allenatori è sicuramente il fatto che, l’ho detto anche in tempo non sospetti, è un signore. Lei al Cus Cagliari manca ormai da tre anni. Come vede il sodalizio universitario? Il Cus Cagliari lo vedo sempre bene. Perché ha la capacità di una grande società, di una politica sana, una politica dettata da valori importanti. Si è visto lo scorso anno con Adriano De Gioannis si è visto ancor di più quest’anno con l’appassionato e sicuramente diventerà bravo, Marcello Vasapollo. Per il basket femminile isolano il 2010 è stata una stagione fantastica ricca di eventi. Coppa Italia a Cagliari, le finali playoff con Cus, Alghero e Virtus però arriva l’estate e sarà una stagione ricca di eventi in rosa, anche a livello internazionale. A me capita di girare tutta l’Italia in lungo e in largo e conosco molte realtà di questo mondo. La Sardegna però ha una grande fortuna, a prescindere dall’amicizia che nutro nei confronti del presidente del comitato regionale Bruno Perra. Ha un gruppo, quello che lavora nei locali di via Rockefeller, che ama davvero questo sport e porta avanti la pallacanestro sia maschile che femminile nello stesso identico modo. Dandogli la stessa rilevanza e la stessa importanza. Ha lavorato e lavora bene perché ha una macchina rodata per il meglio. Io non voglio assolutamente criticare nessuno, però è sulla bocca di tutti che le manifestazioni di pallacanestro che vengono svolte in Sardegna, sono eventi che alla fine lasciano tutti contenti. Questo è merito della grande professionalità, managerialità, ma in modo particolare la grande competenza del comitato regionale della Fip. Ha mai avuto contatti per qualche società maschile isolana? Si. Anche quest’anno. Però ripartire daccapo no. Il suo sogno nel cassetto? Una serie A1 femminile a Cagliari o in Sardegna. Una serie A1 che faccia coesistere tutte le realtà e tutte le società sarde. Sicuramente con l’unione si arriverà lontano e, considerata la grande difficoltà nella maschile, che per essere a determinati livelli ci vogliono milioni e milioni di euro, sicuramente unendo le forze, (giocatrici, tecnici e dirigenti) si potrebbero fare tante belle cose. Però è solo un sogno.. Quest’anno continuerà la sua collaborazione con il Cus Chieti o ha intenzione di andare altrove? Chieti è la mia seconda casa, la mia seconda patria in tutto e per tutto. Una società nella quale ci sono grandi affinità con il Cus Cagliari di cui mi sento onorato di aver fatto parte per 19 anni. A Chieti sto bene, a Chieti rimarrò nel momento in cui la mia famiglia mi seguirà. Altrimenti rientrerò nella mia amata isola. Da semplice cittadino o da dirigente di basket? Quando uno intraprende la mia carriera di dirigente, ha il dovere di lavorare, studiare e correre in continuazione. Nelle finali under 19 a Latina, quest’anno, non ho visto né un tecnico né un dirigente sardo. A dire il vero ne ho visto pochi anche di altre regioni. Nella finale under 17 di Porano non ho visto grandi allenatori, piccoli allenatori e comunque gente che vuole crescere. Volere crescere significa fare sacrifici, nei confronti di se stesso e nei confronti della famiglia, dei figli. Ma significa anche lavorare, correre, camminare, guardare e muoversi. Quello che da sempre consiglio a tutti quelli che vogliono entrare in questo mondo . In Italia è uno dei pochi che lo fa? Uno dei pochi innamorato pazzo di questo sport e del suo lavoro. Questo è vero. E che lo fa bene. Del resto molte squadre si affidano a Massimo Protani per rinforzare la rosa. Io do solo qualche consiglio. Quello non lo nego mai a nessuno. Del resto qualche conoscenza e abilità contrattuale da parte mia c’è e non lo nego. Oggi la bravura sta anche nel fatto di non spendere molto. Un bravo dirigente è quello che trova la buona giocatrice spendendo poco. Un discorso a parte per gli allenatori. La Sardegna sotto questo aspetto continua ad essere in crisi? Non è vero che mancano gli allenatori. Quelli ci sono, ma secondo me sono troppo legati alle società madri. Io stimo molto Carlo Zedda, oltre che per le doti tecniche anche per le doti umane che ha nei rapporti con i giocatori e stimo molto tecnicamente anche Nicola Pintonello, ma per essere bravi occorre avere la capacità di affrontare nuove realtà nuovi dirigenti, nuove esperienze e nuove categorie, perché affrontando difficoltà maggiori, sicuramente si migliora. Sono due allenatori su cui io punterei molto. Del resto di esempi simili ne abbiamo tanti: Federico Xaxa, Roberto Fioretto e Beppe Caboni… Beppe Caboni ha avuto la grande facoltà di cogliere al volo un momento storico e oggi è un nome frequentissimo in tutte le società che mirano a fare bene in tutte le società di A2. Cosa può fare la Federazione in merito? Non darei colpe a Federazione o Leghe di pertinenza. Il problema di fondo è che abbiamo una classe dirigente non all’altezza. Una classe dirigente che non ha la voglia e la capacità di migliorarsi di voler progredire e diventare innovativa. Oggi, considerato il momento di crisi economica che ci attanaglia, la bravura consiste nell’investire in progettualità, programmazione e infrastrutture. Le migliori aziende fanno e lo possono fare anche le società di basket.
Foto di Mario Lastretti
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